Sempre più ampia, sempre più qualificata la scienza italiana che apre alla sigaretta elettronica.
L’ultimo intervento viene dal professore Gennaro D’Amato, tra i principali pneumologi su scala nazionale.
Intervistato dalla emittente “Canale 21”, tv che ha sede sia a Napoli sia a Roma, il professionista non disconosce la ipotesi e-cig.
Anzi.
Il medesimo, infatti, ha riferito di consigliare, nella pratica clinica, la sigaretta elettronica ad un soggetto che vuole smettere di fumare e che non sia riuscito a cogliere il risultato con altre soluzioni ma, ha specificato lo stesso, solo per il tempo che occorra per staccarsi definitivamente dalla sigaretta.

Vaping, quindi, non come soluzione definitiva ma come soluzione ponte.
Un discorso che combacia perfettamente con le teorie del minor danno da fumo.
Non è certo il primo, D’Amato, a esprimere possibilismo rispetto alla opportunità rappresentata dallo svapo.
Come lui una miriade di altri specialisti o, addirittura, di intere categorie (come è stato in occasione dell’ultimo congresso della Società italiana di Parodontologia e Implantologia o come da recenti dichiarazioni di Claudio Cricelli, Presidente della Società italiana Medici di Medicina generale e delle Cure primarie).
Rispetto alla tematica del vaping, in definitiva, si assiste ad un’Italia che corre in due direzione diverse.
Da una parte vi è una crescente fetta della medicina che è decisamente possibilista.
Parliamo di medicina di corsia, di medicina che vive la quotidianità del paziente interfacciandosi con esso e con le sue problematiche nelle corsie degli ospedali, negli studi, negli ambulatori.

Medici che hanno quale loro obiettivo quello di migliorare le condizioni di salute del paziente, di trovare una via di uscita.
E, poi, vi è l’Italia delle Autorità sanitarie di vertice che è totalmente chiusa al discorso delle alternative e che, a fronte degli 80.000 morti fumo-correlati all’anno, nella sola Italia, continua a parlare di ipotetici, futuri danni che la sigaretta elettronica potrebbe cagionare.
Tra mille se e forse.
Fino a quando i vertici potranno continuare ad ignorare la voce della base?